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Perché la protezione del design può essere decisiva

Robert Mirko Stutz è un avvocato specializzato in protezione del design. Con questo titolo di protezione intrattiene un rapporto particolare: dipinge, progetta, realizza, infatti, composizioni floreali secondo l’arte giapponese dell’ikebana e alcuni anni fa ha anche organizzato una sfilata di moda. In questa intervista parla del ruolo del design, della sua protezione e si sofferma sull’impatto dell’intelligenza artificiale (IA).

«La ricerca basata sull’IA schiude nuove possibilità per la protezione del design». Robert Mirko Stutz, specialista in protezione del design. Foto: IGE

Le forme e la creazione hanno sempre affascinato Robert Mirko Stutz, così come il disegno e la pittura. Ha anche imparato a cucire da autodidatta e con il tempo ha affinato le sue competenze fino a sviluppare cartamodelli propri. Forte delle sue conoscenze approfondite, ha persino organizzato una sfilata di moda. «A un certo punto ho dovuto scegliere se continuare come stilista o avvocato», racconta Robert Stutz nell’intervista con l’IPI. Alla fine ha optato per l’avvocatura, una scelta che lo ha portato a Londra, dove ha potuto coltivare la sua passione per il diritto della proprietà intellettuale. Dopo la laurea, si è specializzato nella protezione del design (vedi Infobox).

 

Cos’è il design per lei?

La definizione giuridica di design è molto semplice: è la creazione di prodotti caratterizzati da una determinata forma o superficie. Tutto qua. Noi esseri umani siamo fortemente influenzati da ciò che vediamo: il nostro cervello elabora gli stimoli visivi più rapidamente dei contenuti verbali. È un dato di fatto scientificamente provato. Questo significa che l’aspetto esteriore incide molto di più del nome sulla decisione d’acquisto di un prodotto. Il design, inteso come fenomeno culturale e sociale, va però ben oltre il singolo oggetto.

 

Cioè?

Il design attrae, suscita emozioni in senso letterale e figurato ed è espressione della cultura in cui viviamo. Crea valore ed è quindi anche un motore economico oltre che uno strumento per affrontare le sfide sociali, come la sostenibilità, l’inclusione, la salute e l’uso responsabile delle risorse.

 

Come si può proteggere un design?

Nella maggior parte dei Paesi, la protezione nasce solo con una registrazione, sia essa nazionale – per la Svizzera presso l’IPI – o internazionale, ad esempio presso l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, OMPI (Ginevra). È protetta esclusivamente la forma del prodotto percepibile visivamente. Le immagini che accompagnano la domanda di registrazione sono fondamentali. A essere tutelato è ciò che viene depositato con il relativo materiale fotografico e non il prodotto esposto sugli scaffali dei negozi. Poiché la legge federale sul design protegge solo le forme degli oggetti (prodotti), sono esclusi:

 

  • proiezioni, fuochi d’artificio, performance, happening;
  • coreografie e opere musicali;
  • servizi e prestazioni;
  • la comunicazione in quanto tale.

 

 
 

La protezione non è gratuita. Quando conviene depositare una domanda di registrazione?

Tutto dipende dal potenziale del design e dal modello di business. Chi punta su prodotti con un ciclo di vita lungo e intende vivere dei ricavi che questi generano, deve proteggere il design e, soprattutto, difenderlo. Se l’investimento effettuato non può essere tutelato giuridicamente, si corre il rischio che il prodotto venga copiato al momento della commercializzazione. Difendere un design è difficile senza un titolo di protezione registrato. Con l’iscrizione in un registro ufficiale la protezione di un design è documentata e facilmente dimostrabile.

 

Perché?

In assenza di una protezione, la tentazione da parte di terzi di copiare il design è di gran lunga maggiore. Lo dimostra la pratica. In caso di sospetta violazione, spesso è sufficiente mandare un avviso per far cessare il plagio. Con la registrazione del design si ottiene un documento ufficiale rilasciato dall’autorità competente che attesta la titolarità del diritto.

 

Come per la proprietà intellettuale in generale, occorre tenere conto della componente internazionale. Un titolo di protezione ha validità solo nel Paese in cui è stato registrato. La registrazione in Svizzera ha un’efficacia limitata se i contraffattori operano in un altro Paese. In questo caso è utile la tutela internazionale prevista dall’Accordo dell’Aja che consente, con un’unica domanda, di rivendicare la protezione in più Paesi contemporaneamente. In alternativa, sulla base di una registrazione nazionale, si può estendere la protezione ad altri Stati rivendicando la priorità del primo deposito in Svizzera. Chi si afferma a livello internazionale, di fatto, non ha altra scelta se non far valere i propri titoli di protezione in sede giudiziaria. Altrimenti rischia di sparire rapidamente dal mercato. I contraffattori sono veloci, spregiudicati e abili negli affari. Senza un titolo di protezione registrato, difendere un design diventa estremamente difficile.

 

Quando si parla di protezione del design, molti pensano soprattutto a mobili, orologi o oggetti di uso quotidiano. Che ruolo ha la protezione del design nel caso dei software, delle interfacce utente nelle app o dell’IA?

Nel diritto del design i software in quanto tali non sono protetti. È però possibile tutelare le interfacce grafiche utente (GUI), o parti di esse, in virtù della legge federale sul design, dato che anche in questo caso si tratta di creazioni. Questa tendenza è in crescita. Basti pensare che solo presso l’OMPI, ogni anno in media vengono registrate come prodotti di design più di 1000 interfacce utente che rientrano nella classe 14 della classificazione di Locarno (apparecchiature di registrazione, comunicazione e recupero informazioni). A livello mondiale, questa classe è la seconda più numerosa tra quelle registrate, subito dopo quella dei mezzi di trasporto, che rappresenta circa il 12 per cento.

 
 

Uno dei requisiti per la registrazione di un design è la novità. Quanto è realistico questo requisito nell’era dell’IA e dei social media? Nel mondo circolano milioni di creazioni.

Il criterio della novità richiede solo che non esista già un design pressoché identico affinché quest’ultimo possa essere protetto. È ancora possibile, anche oggi. Più complesso è invece soddisfare il secondo requisito: l’originalità. Questo criterio è adempiuto quando l’«impressione d’insieme» del design si distingue, per l’utilizzatore informato, da quella di un design già reso pubblico. In altre parole, la creazione deve generare un’impressione visiva distintiva. Nel valutare questo aspetto si tiene conto anche della libertà creativa del designer, e la soglia è più alta rispetto a quella della novità. È innegabile che, con l’aumento del numero di forme esistenti, cresce anche la probabilità che qualcosa di simile sia già stato presentato altrove e che un design non riesca quindi a soddisfare questo requisito. Per valutare se un design è originale, si esaminano innanzitutto le caratteristiche che incidono in modo significativo sull’impressione d’insieme, in particolare i contorni, le proporzioni, i materiali più evidenti e i motivi.

 

Il depositante deve verificare personalmente la novità del design per evitare di violare diritti di terzi. Nel caso dei marchi e dei brevetti, questa verifica può essere eseguita facilmente con una ricerca testuale nelle banche dati. Ma come funziona la ricerca di un design?

Per molto tempo questa è stata effettivamente una grande sfida. La ricerca doveva essere svolta manualmente e richiedeva diversi giorni, perché era necessario scandagliare le banche dati alla ricerca di registrazioni esistenti, non attraverso ricerche per immagini, ma l’analisi delle classi di prodotto pertinenti (ad es. la classificazione di Locarno). Per verificare l’esistenza di una poltrona con una forma simile alla mia, dovevo fare una ricerca tra tutti gli elementi di seduta già registrati. Oggi, invece, esistono strumenti basati sull’IA che semplificano notevolmente questo tipo di ricerca.

 

Che aiuto può dare l’IA concretamente?

Si carica l’immagine di un oggetto in una banca dati di design protetti e il software individua elementi comparabili, come con il riconoscimento facciale. È un’operazione rapida ed economica, ma basata sulle banche dati dei design e non di Internet. Per verificare se un design può violare diritti di terzi, questa ricerca è generalmente sufficiente. In passato, le ricerche di similarità richiedevano diversi giorni ed erano costose, soprattutto quando venivano effettuate a livello mondiale. Grazie a questa semplificazione, oggi non è più possibile giustificare l’assenza di una ricerca con l’eccessivo onere che essa comporta, in particolare per i designer che lavorano su mandato.

 
 

In futuro si potrebbe chiedere all’IA di creare proposte di design che non siano in conflitto con registrazioni esistenti?

Nel medio e lungo termine questa possibilità diventerà sempre più concreta. L’integrazione dell’IA è uno degli sviluppi più importanti che hanno interessato la protezione del design negli ultimi cinque anni. In particolare, la ricerca basata sull’IA schiude nuove possibilità. Non credo però che in futuro vedremo soltanto design generati dall’IA.

 

Perché?

Nessuno è disposto a investire in un bene culturale di questo tipo se a crearlo non è stata una persona. Inoltre, l’IA si basa su prodotti che esistono già e in base ai quali è stata addestrata. Per questo motivo non è in grado di produrre risultati veramente nuovi: genera sempre e solo variazioni della stessa «minestra di dati». Se questo può essere più che sufficiente per realizzare loghi semplici, ad esempio per una rosticceria o per un’impresa artigianale che opera a livello locale, non basta per dar vita a creazioni di grande impatto capaci di imporsi a livello internazionale.

 

Molti designer ritengono che la protezione non convenga, anche a causa dei costi potenzialmente elevati e del tempo che richiede.

I costi e il tempo da investire per registrare un design sono minimi: basta inoltrare all’IPI per e-mail il modulo di domanda con due o tre immagini e pagare la tassa di deposito che ammonta ad alcune centinaia di franchi. In un’industria del design frenetica e guidata dalle mode, in cui ogni anno nascono innumerevoli creazioni che, dopo uno o due anni, non suscitano più interesse, la protezione del design ha un’utilità limitata. I design da proteggere sarebbero infatti troppo numerosi e l’investimento difficilmente ammortizzabile. Per le creazioni destinate a durare nel tempo, invece, la protezione è conveniente e diventa sempre più indispensabile.

 

L’iscrizione nel registro dei design è il primo passo. Il passo successivo è quello di difendere il design registrato, ossia agire contro i contraffattori. Cosa succede se A sostiene che B ha copiato il suo design?

Chi sostiene qualcosa deve anche dimostrarlo. Anche il diritto del design prevede l’onere della prova, come in qualsiasi procedimento civile. Chi ha registrato un design, beneficia della presunzione che sia nuovo e originale e di esserne il legittimo titolare. Spetta quindi alla parte diffidata o al convenuto dimostrare che il titolo di protezione non è valido per evitare una condanna. Inoltre, nel diritto del design non è necessario provare la data di creazione: ciò che conta è l’iscrizione nel registro. E qui vale la regola: primo arrivato, primo servito.

 

Presidente della Berner Design Stiftung

Dopo aver conseguito un dottorato in protezione del design, Robert Mirko Stutz ha fondato insieme a un collega uno studio legale specializzato in proprietà intellettuale. Insegna da anni in diverse scuole universitarie svizzere, è presidente della Berner Design Stiftung, ha presieduto per molti anni il team di design di MARQUES ed è autore di numerose pubblicazioni. È coautore della legge federale sul design del 2001 e del commento all’Accordo dell’Aja che sarà pubblicato da una casa editrice britannica nell’aprile 2026.

 

Per ulteriori informazioni sulla tutela dei disegni e modelli, consultate il sito web dell’IPI.

 

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